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La storia del gatto finito nel ghetto

Un ratto, passando, all’orecchio ad un ratto:

“Quel gatto, quel gatto, l’hann chiuso nel ghetto,
sragiona, si dice, ed è uscito matto”

“Non dico — rispose — che fosse assai retto,
ma proprio a tal punto da crederlo matto,
cos’ha mai pensato, azzardato oppur fatto
quel poco di buono, tapino d’un gatto?”

“Dicevan volesse che al fin ogni ratto
finisse stecchito, disteso o diritto,
col diavolo aveva così stretto un patto,
ché era nervoso, ubriaco o distratto.

Poi conscio del patto che aveva ormai stretto
comprese che il suo era stato un misfatto,
strappandosi i peli e colpendosi il petto,
battendo la testa piombò giù dal tetto,
e senza più forza né félino scatto
non cadde all’in pié, e distrutto, disfatto
il senno espirò in un fiato dal setto.

Così fu internato nel ghetto quel gatto
nel posto ove mai gli darà più il rispetto,
a lui ch’era stato temibile gatto,
neppure l’ultimo o vile di un ratto.”

Or tu chiederai la morale del fatto:

quel gatto comprese e imparò in un sol botto
che meglio sarebbe esser nato ratto
che stringer col diavol un folle e vil patto.
E tu non scordarti mai il fatto ed il motto:
che odio e rancor l’hann poi reso matto,
e quando sei matto ti chiudon nel ghetto,
e poi che puoi dir? Ben poco, sei matto!